Disabilità e linguaggio consono
Capita spesso, ascoltando i telegiornali, di sentire ancora la definizione “affetto da disabilità”. Una terminologia che indicherebbe una “malattia” più che una disabilità. Quest’ultimo è invece un termine che è stato fatto proprio da leggi, convenzioni e metodi comunicativi. Non sempre però adottati da chi si occupa di comunicazione.
Le disposizioni oggi esistenti
Prima di tutto c’è la Convenzione Onu del 2006 che sul modo di definire la disabilità ha indicato di anteporre sempre il termine di “persona”. Lo Stato italiano ha ratificato la Convenzione Onu riguardante i diritti delle persone con disabilità con la legge n.18 del 3 marzo 2009. Il provvedimento ha così fatto diventare la Convenzione vincolante cambiando il modello di approccio alla disabilità e passando quindi attraverso la definizione di “persona con disabilità”, superando l’approccio fondato sul modello medico utilizzato fino ad allora. Successivamente arriva il decreto legislativo n. 62/2024 dove si introduce l’utilizzo dell’espressione “persona con disabilità”.
Il significato
Prima di tutto, la disabilità non è una malattia. Certo, la disabilità implica la presenza di malattie, ma anche malattie che non conducono alla disabilità. Si ha invece “disabilità” a causa dell’ambiente circostante che costringe a un minore utilizzo dei nostri sensi e movimenti. E poi, ci si deve ricordare le linee guida tracciate dall’Ordine dei giornalisti con la Carta “Comunicare la Disabilità. Prima la persona”.
Si tratta di riconoscere il diritto di ogni persona a essere rappresentata in modo corretto. E impiegare il modo corretto è un importante passo per abbattere non solo le barriere fisiche, ma anche quelle culturali.
Bachisio Zolo