Il grido d’allarme di Stefania Calvisi
Di Vito Fiori

Stefania Calvisi
«La mia città è invivibile, e non è la sola, purtroppo». Stefania Calvisi, nuorese, 49 anni, da trenta combatte con la sclerosi multipla, ma soprattutto, con l’inciviltà e l’insensibilità delle persone. «In tutto questo tempo non ho visto alcun miglioramento. Quando sono stata costretta a usare la sedia (così lei chiama la carrozzina, ndr) per muovermi» racconta, «mi sono accorta che in tanti si fermavano a chiedermi se avessi bisogno di aiuto. Ora uso un bastone e non mi fila nessuno, come se i miei problemi fossero scomparsi d’incanto. Ecco, far capire che io non sono una sedia, non è facile, anzi».
Stefania racconta la genesi della sua malattia: «a diciotto anni, una mattina mi sono svegliata e non ci vedevo da un occhio. Il professor Giulio Rosati, un allievo di Rita Levi Montalcini, non ha impiegato molto a formulare la diagnosi e a prescrivermi le prime cure. Essendo una ragazzina, e pensando che nulla potesse scalfirmi, non ho detto nulla a nessuno. Cercavo di non far vedere che camminavo male. Ho tenuto questo segreto per quindici anni. Sino a quando non mi sono aperta con Stefano. Era il mio ragazzo da qualche mese e ora è mio marito, al quale senza alcun problema ho detto chiaramente “questa è la mia situazione, se vuoi scappa, cercatene un’altra”. Lui è ancora qui con me. Ne parlai anche ai miei genitori e a mio fratello. Non aveva più senso continuare a tacere, ed è stato giusto così».
Personalità marcata, autostima e voglia di vita hanno forgiato Stefania che da tempo ha avviato una vera e propria crociata con una missione difficile: cancellare le barriere architettoniche che limitano la sua autonomia e indipendenza e quella dei suoi “colleghi” (è il modo con cui chiama chi soffre dello stesso problema). «È una questione di principio» dice, «le leggi esistono da quasi 40 anni, le hanno pure migliorate, ma non sembra importare niente. Alle Poste hanno sistemato un montascale, ma a metterlo in funzione deve essere un dipendente dell’ufficio. Che senso ha? Così continuiamo a dipendere dagli altri. In Comune, il montascale installato diversi anni fa è guasto e nessuno si preoccupa di ripararlo. Nella sede della Provincia se la son cavata con gli scivoli e va bene».
La situazione non migliora sul fronte dei locali pubblici. «In alcuni ristoranti devo attraversare la cucina per accedere alla sala, in altri è proprio impossibile. Gradini e gradoni» commenta ancora Stefania, «sono gli stessi che impediscono l’accesso a chiunque abbia una minima disabilità motoria».
Una volta, qualche anno addietro, il sindaco, in occasione della Festa del Redentore, annunciò che l’area antistante la grande statua del Cristo sarebbe stata accessibile anche per le persone con disabilità. «Ero presente a quell’incontro» ricorda, «e ho ringraziato il primo cittadino per l’iniziativa, ma gli ho chiesto come avremmo potuto arrivarci se tra strade, marciapiedi e altro, le barriere ci sovrastano?».
Appunto. La sclerosi multipla in Sardegna ha un’incidenza elevata, quasi il doppio dei casi rispetto alle altre regioni italiane (370 ogni 100mila abitanti contro i 198 della media nazionale). Attualmente, sono circa 6500 i pazienti trattati per questa patologia. Tanti, troppi per non pensare di poter migliorare la loro esistenza con pochi accorgimenti dal costo risibile, ma con effetti rilevantissimi sul fronte dell’inclusione. «È una questione culturale» spiega Stefania Calvisi. «Tutti mi dicono che ho ragione, ma poi finisce lì. Io però non mi do per vinta e, finché reggo, continuerò a lottare. L’unico cruccio è il classico adagio “armiamoci e partite” che ha fatto presa tra i “colleghi”. Ci si incontra, si decide un sit in o un piccolo presidio, giusto per ricordare che ci siamo, e alla fine siamo sempre in pochi. Questo mi manda in bestia».
Da qualche anno Stefania ha aperto un suo blog “Io non sclero ma sorrido e vivo” che la impegna quotidianamente. «È stato utile perché mi ha messo in contatto con altre realtà anche diversa dalla mia. C’è un mondo di sofferenza che molti ignorano. Io credo che piano piano riuscirò, insieme agli altri, a smuovere qualcosa. Non voglio fare rivoluzioni, ma solo ottenere quei diritti che sono già sanciti dalle leggi e che nessuno applica».