Gentrificazione: così le città cambiano volto. E i problemi per chi ha una disabilità aumentano
Di Roberta Gatto
Prezzi degli immobili alle stelle e scomparsa di piccole attività commerciali, sostituite da market, bar e ristoranti molto meno economici. Si chiama “Gentrification” il processo di trasformazione urbana che sta cambiando profondamente le città europee, con effetti particolarmente negativi sulle persone con disabilità.
Il fenomeno
La parola “Gentrification”, come spiega l’attivista per i diritti delle persone con disabilità Fabrizio Acanfora, deriva dall’inglese “gentry”, ovvero la borghesia terriera benestante, e descrive il progressivo insediamento di classi sociali più agiate nei quartieri popolari, con la conseguente espulsione degli abitanti precedenti.
Il termine, coniato nel 1964 dalla sociologa britannica Ruth Glass, descrive il fenomeno dei quartieri popolari, spesso trascurati dalle istituzioni e caratterizzati da affitti bassi, su cui si concentra l’interesse degli investitori immobiliari per una “riqualificazione”. Il quartiere, inizialmente abitato da operai, giovani e famiglie povere, cambia volto: aprono locali alla moda, caffè e negozi di prodotti di nicchia, a prezzi meno accessibili. A ciò si aggiunge la speculazione immobiliare: affitti alle stelle, spesso stagionali, pensati per i turisti.
L’impatto sulle persone con disabilità
Per chi ha una disabilità, poi, la gentrificazione rappresenta un ostacolo aggiuntivo: la trasformazione degli spazi spesso non tiene conto delle esigenze di accessibilità e inclusione. Le botteghe di quartiere, che offrono assistenza all’acquisto e sono veri e propri punti di riferimento, vengono rimpiazzate da negozi non sempre accessibili o pensati per tutti. Il rischio è quello di una doppia espulsione: non solo economica, ma anche sociale e culturale. La perdita delle reti di supporto rende infatti la vita quotidiana più difficile, mentre le nuove strutture e i nuovi servizi, seppur più moderni, spesso non rispondono alle reali necessità delle persone più fragili, come anziani e persone con disabilità.
Come sottolinea Fabrizio Acanfora, la narrazione si modifica insieme agli spazi: l’espulsione degli abitanti viene chiamata “riqualificazione” e la violenza economica sulle classi meno agiate viene presentata come progresso.
Conseguenze sulle persone con disabilità
Il fenomeno ha quindi un impatto devastante sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista psicologico e sociale. «Per le persone autistiche, cieche o ipovedenti, è fondamentale vivere in un ambiente familiare e prevedibile» spiega ancora Acanfora, «e poter contare sulle proprie abitudini. Conoscere i percorsi, i suoni, le persone e i ritmi di un quartiere significa potersi muovere nel mondo con un certo margine di autonomia. Quando quell’ambiente cambia radicalmente e si trasforma in un luogo imprevedibile e affollato, pieno di turisti e di terrazze coi tavolini, quella familiarità si dissolve».
Paradossalmente, le persone con disabilità sono escluse non solo nelle decisioni riguardanti le aree urbane dove abitano, «ma anche nella maggior parte delle analisi critiche sulla gentrificazione» sottolinea Acanfora. «E questa è una seconda espulsione, perché oltre a essere private concretamente del diritto ad abitare il proprio quartiere, vengono escluse anche dal modo in cui raccontiamo e critichiamo questo processo. Il diritto ad abitare un luogo, a restarci, a riconoscervisi, a costruirci una vita non può essere un lusso accessibile solo a chi può permetterselo». E conclude: «vivere nella città, nel proprio quartiere, avere i servizi a portata di mano, contare sulla rete di supporto che fornisce una comunità sono questioni di giustizia. Le persone con disabilità non possono stare ai margini di questo discorso, quando sono tra le prime a pagare il prezzo di una città che si trasforma contro chi la abita».