Ecco come usiamo realmente ChatGpt, Gemini e gli altri chatbot IA

Di Roberta Gatto

Ricevere spiegazioni, scrivere e mail, generare immagini. Ma non solo: c’è anche chi li usa per verificare informazioni, chiedere consigli medici o parlare di problemi personali.

Gli italiani usano sempre di più chatbot come ChatGpt, Gemini e Claude. A dirlo è il primo studio italiano dedicato agli utenti dei chatbot di intelligenza artificiale generativa, condotto su quasi 2mila partecipanti dalla rete di ricerca RiTA nell’estate 2025.

La ricerca mostra non solo quanto questi strumenti siano ormai diffusi, ma anche come vengono usati in modo molto diverso a seconda dell’età, del genere e delle competenze digitali delle persone.

I dati

I chatbot sono entrati nella vita quotidiana degli italiani e delle italiane. Secondo la ricerca condotta da RiTa, l’80 per cento degli intervistati ha usato almeno una volta un chatbot IA nell’ultimo anno, con una prevalenza degli uomini rispetto alle donne. Una percentuale superiore perfino a quella degli assistenti vocali come Alexa o Siri, presenti da più tempo nelle case degli utenti.

I chatbot iniziano a sostituire anche altri strumenti digitali come software di scrittura assistita (il 20 per cento li ha abbandonati del tutto, il 24 per cento in parte). Il 34 per cento degli utenti, poi, utilizza meno i motori di ricerca tradizionali, mentre il 5 per cento li ha sostituiti del tutto.

Il motivo principale non è però la fiducia nella precisione delle risposte, quanto la comodità. I chatbot vengono percepiti come più semplici, immediati e personalizzabili.

Come li usiamo davvero

L’attività più comune è chiedere spiegazioni: lo fa il 53 per cento degli utenti. Seguono: la generazione di immagini (47 per cento); la scrittura di e mail (47 per cento); i riassunti e il brainstorming, una tecnica di gruppo per generare idee creative e soluzioni a un problema senza giudizio immediato (42 per cento). Molti usano i chatbot anche per analizzare dati (31 per cento), ricevere supporto nella programmazione (27 per cento), per la scrittura creativa (23 per cento) o accademica (25 per cento), per programmare viaggi (23 per cento), o creare quiz (12 per cento).

L’intelligenza artificiale viene quindi usata soprattutto come assistente personale capace di velocizzare attività quotidiane e professionali.

I rischi: salute e disinformazione

L’utilizzo dei chatbot non è però privo di rischi, soprattutto tra le fasce meno alfabetizzate della popolazione. Il 22 per cento degli utenti dichiara di usare i chatbot per fare fact checking, cioè verificare informazioni, mentre il 24 per cento chiede consigli medici. E sono proprio gli utenti più anziani o meno esperti sul piano digitale a fidarsi maggiormente delle risposte fornite.

Secondo la ricercatrice Beatrice Savoldi della Fondazione Bruno Kessler, « questi utenti sono vittime di un equivoco di fondo: scambiare i chatbot per versioni avanzate dei motori di ricerca». Ma i chatbot non sono strumenti progettati per garantire accuratezza assoluta. Possono sbagliare, inventare dati o presentare informazioni inesatte con grande sicurezza».  

«Per questo», ricorda Savoldi, «le risposte andrebbero sempre verificate».

L’IA come supporto emotivo

Dallo studio emerge anche un aumento dell’uso personale ed emotivo dei chatbot. Il 23 per cento degli utenti parla con l’AI di questioni personali, il 10 per cento cerca supporto emotivo, il 7 per cento usa i chatbot per conversazioni filosofiche o romantiche (poco più dell’1 per cento).

Secondo la ricerca, si tratta di una tendenza in crescita e non priva di rischi, perché «le persone più fragili possono sviluppare un rapporto eccessivamente fiduciario con strumenti progettati per essere collaborativi e accomodanti».

I chatbot, infatti, tendono spesso ad assecondare l’utente più che a contraddirlo. E questo può diventare problematico soprattutto in situazioni psicologicamente delicate. La responsabilità, però, non è solo degli utenti, come ricorda Savoldi, «ma anche di chi questi strumenti li ha creati».

Disuguaglianza digitale

Dallo studio emerge infine un crescente divario digitale tra chi possiede competenze sull’intelligenza artificiale e chi, invece, possiede meno strumenti per farne un uso consapevole e produttivo.

Insomma, l’IA rischia di ampliare le differenze tra chi sa sfruttarla davvero e chi invece la subisce senza comprenderne limiti e rischi, tra chi li userà in modo passivo e chi, invece, riuscirà a farne strumenti di supporto nelle attività quotidiane e professionali.

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