John McFall primo astronauta con disabilità nello spazio?

Di Rossella Boette

John McFall potrebbe diventare il primo astronauta con disabilità a vivere nello spazio. Il quarantacinquenne padre di tre figli, medico ortopedico del sistema nazionale britannico ed ex atleta paralimpico, ha superato due anni fa i test dell’agenzia spaziale europea e adesso si prepara per la missione sulla stazione spaziale Haaven-uno.

La missione

Il governo del Regno Unito ha firmato un memorandum d’intesa con Vast, la start-up californiana responsabile della costruzione della stazione spaziale uno. L’accordo prevede limpegno della Uk Space Agency per trovare sponsor privati capaci di finanziare il volo di McFall. La missione durerà circa due settimane e potrebbe avvenire subito dopo il lancio previsto nel 2027. In alternativa, John potrebbe comunque partecipare a una missione privata nel 2026. In ogni caso, il viaggio avverrà a bordo della capsula CrewDragon di SpaceX lanciata da un razzo Falcon 9.

La storia di John McFall

Un uomo capace di trasformare il dolore in una spinta, questa è la storia di Mac Fall, ritrovatosi senza la gamba destra dopo un’amputazione necessaria causata da un incidente in motorino a soli 19 anni. Successivamente, mentre studiava all’università, imparò a correre di nuovo e nel 2008 conquistò la medaglia di bronzo nei 100 metri ai giochi Paralimpici di Pechino. Ma non finisce qui. Ci fu anche il percorso in medicina che lo fece diventare chirurgo ortopedico del sistema sanitario pubblico britannico. Un fatto per certi versi curioso, se pensiamo come questa professione richieda molte delle stesse qualità utili per andare nello spazio. Quali? Capacità di lavorare sotto pressione, risolvere problemi, prendere decisioni rapide in situazioni critiche.

Le fasi di addestramento

Nel 2022, l’agenzia spaziale europea ha selezionato John, inserendolo in un programma di ricerca capace di studiare la fattibilità delle missioni di lunga durata per gli astronauti con disabilità fisiche. Nel 2024, McFall supera la valutazione medica per le missioni orbitali, dimostrando come i requisiti tradizionali per gli astronauti, possano essere messi in discussione senza compromettere la sicurezza.

Nell’arco di due anni, John si è sottoposto ai 100 test di ogni aspirante astronauta e gli scienziati hanno dovuto tra l’altro, valutare la particolarità della sua pressione sanguigna nella gamba amputata.

Ma qual è il vero obiettivo di questa missione? La missione non è una semplice operazione di immagine. Al centro ci sono infatti obiettivi scientifici concreti, come ad esempio, studiare l’ambiente spaziale e osservare come questo possa influire sul corpo di una persona amputata e in particolare, come si comportano le protesi moderne, dotate di processori e microprocessori, in condizioni di micro gravità.

I risultati ottenuti potrebbero portare allo sviluppo di protesi più leggere e adattabili, ma anche comprendere patologie come losteoporosi e latrofia muscolare. Non solo, potrebbero anche migliorare programmi di riabilitazione per pazienti amputati sulla terra. «Non voglio che questa missione sia solo una trovata pubblicitaria» dice McFall, «voglio fare bene il mio lavoro, sono felice di essere un pioniere, ma la priorità per me è portare valore, sia all’esplorazione spaziale, sia alla società sulla terra».

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