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Siamo animali sociali o semplicemente social?

Di Vito Fiori

socialLa nostra è una specie che ha costruito la sua evoluzione sulle relazioni. Da sempre stare con gli altri rappresenta una fonte di benessere, sostegno e protezione. Negli ultimi vent’anni, però, una parte importante di questa socialità si è trasferita online, mediata dagli schermi e dai social network. Il modo di stare insieme è cambiato, e non solo per i più giovani. I nativi digitali abitano TikTok e Instagram, adulti e anziani preferiscono Facebook o YouTube, ma il risultato è simile: una quota sempre più ampia del tempo e dell’attenzione viene assorbita da reel, post e conversazioni virtuali.

Opportunità e limiti della socialità digitale

Per molti over 65 i social sono ormai una presenza quotidiana. Secondo il rapporto 2025 dell’American Association of Retired Persons sull’uso della tecnologia tra i pensionati, il 74 per cento utilizza regolarmente i social media, il 60 accede a Facebook almeno una volta al giorno e circa la metà vi trascorre circa un’ora quotidianamente.

La domanda è inevitabile: possono davvero sostituire le relazioni in presenza? «La tecnologia è uno strumento: tutto dipende da come viene utilizzata», osserva Antonio Vita, presidente della Società Italiana di Psichiatria. «Un uso appropriato dei social permette di accedere a informazioni difficili da reperire, come accade per chi convive con malattie rare. Inoltre può contribuire ad alleviare l’isolamento e creare un senso di comunità».

Quando la connessione diventa isolamento

I benefici esistono. Un recente studio pubblicato su Nature, condotto su quasi 90 mila persone over 50 in 23 Paesi, ha mostrato che l’accesso a Internet aiuta gli anziani a mantenere i rapporti con i familiari lontani. Un’altra ricerca statunitense, realizzata su oltre 200 over 60, suggerisce che condividere contenuti online aumenta la percezione di sentirsi competenti e coinvolti nella vita sociale. Esistono anche i nonni influencer. Ma la socialità digitale non equivale a quella reale e porta con sé rischi troppo spesso sottovalutati, anche da chi è cresciuto nell’era analogica.

«L’esposizione quotidiana alle vite idealizzate e filtrate degli altri può generare frustrazione, abbassare l’autostima e favorire sintomi di ansia e depressione», spiega Vita. «A questo si aggiunge il rischio della dipendenza. Lo scrolling continuo offre al cervello una gratificazione costante e può diventare difficile interromperlo. Si finisce così per uscire meno, rinunciare agli incontri reali e rifugiarsi in una dimensione virtuale che dà l’illusione di essere connessi al mondo, ma in realtà impoverisce le esperienze».

Il problema, sottolinea lo psichiatra, è anche negli algoritmi. «Sono progettati per mostrarci contenuti in linea con i nostri interessi e bisogni, non per sorprenderci. Nella vita reale, invece, gli incontri casuali ci espongono continuamente a persone, idee ed esperienze nuove, ed è proprio questa imprevedibilità a renderli così ricchi».

Più social, meno sonno

L’iperconnessione produce effetti anche sul piano fisico e cognitivo. «Con l’età si tende già a dormire meno», ricorda Vita. «Se le ore serali vengono trascorse sullo smartphone, non solo si sottrae tempo al sonno, ma la luce degli schermi ne compromette anche la qualità».

Durante il giorno, notifiche continue, messaggi e contenuti in rapida successione riducono la capacità di concentrazione e peggiorano le prestazioni cognitive, con ripercussioni sul lavoro e sulle attività quotidiane. «La velocità imposta dai social alimenta inoltre impulsività e irritabilità, caratteristiche già favorite dai ritmi frenetici della vita moderna. Coltivare relazioni reali, al contrario, ci aiuta a rallentare».

Basta ridurre il tempo online

Capita a tutti: si apre un social per pochi minuti e, senza accorgersene, è passata un’ora. Secondo Vita, il primo passo è l’autoregolamentazione. «Se ci accorgiamo che i social ci fanno stare peggio, è il momento di limitarne l’uso. Possono essere utili le app che monitorano il tempo trascorso sul telefono, ma anche semplici abitudini come uscire senza smartphone, dedicarsi all’attività fisica o trascorrere più tempo con gli amici».

Una strategia che trova conferma anche nella ricerca. Uno studio pubblicato su Jama Network Open ha mostrato come ridurre l’uso dei social da circa due ore al giorno a mezz’ora per una o due settimane diminuisce i sintomi di ansia e depressione fino al 24 per cento e quelli dell’insonnia del 14 per cento, con un miglioramento significativo del benessere psicologico.

L’eccezione: quando gli amici virtuali possono aiutare

Le relazioni restano uno dei principali fattori della salute mentale. «La socialità è ciò che ci caratterizza come esseri umani», sottolinea Vita. «Grazie agli altri impariamo, raggiungiamo obiettivi, proviamo gratificazione. I rapporti sociali stimolano la produzione di neurotrasmettitori che regolano l’umore, riducono l’ansia, aumentano la motivazione e favoriscono l’apprendimento, contribuendo a plasmare il cervello lungo tutto l’arco della vita».

Il tema è ancora più determinante negli anziani, spesso esposti alla cosiddetta “fragilità sociale”: pochi rapporti significativi, isolamento e un rischio più elevato di sviluppare demenza.

La tecnologia non dovrebbe comunque sostituire le relazioni umane. «Oggi ChatGPT viene considerato da molti un amico o un consigliere, non solo dai giovani ma anche dagli adulti», conclude Vita. «Resta però un interlocutore digitale, che può influenzare comportamenti e decisioni e, se prende il posto delle relazioni autentiche, rischia di farci perdere una parte della nostra umanità».

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