Le scuole distano fino a tre ore. E il viaggio pesa sul futuro degli studenti sardi
Di Roberta Gatto
Nei paesi sardi dell’interno, andare a scuola spesso risulta difficile. Lo sanno bene gli studenti e le studentesse delle scuole superiori, spesso costretti a passare ore e ore su un autobus. Tra loro c’è anche Cristian Usala: cresciuto a Escalaplano, un paese di circa duemila abitanti, per frequentare le superiori si svegliava alle 6, partiva alle 7 e rientrava dopo le 15. «Ricordo fame e stanchezza» racconta. Oggi è ricercatore in Statistica all’Università di Cagliari e studia proprio l’effetto della mobilità sulla povertà educativa.
La ricerca
Insieme a Mariano Porcu, ordinario di Scienze economiche e statistiche, Usala ha analizzato in modo sistematico il rapporto tra trasporto pubblico e accessibilità delle scuole superiori nell’isola. I dati raccolti confermano come, in decine di Comuni sardi, le scuole raggiungibili entro un’ora e mezza siano pochissime, spesso non più di tre. E quando non si sceglie il liceo, le alternative diminuiscono ulteriormente. Per arrivare a un istituto tecnico, infatti, servono in media almeno 40 minuti di viaggio al giorno.
La ricerca utilizza i dati degli iscritti all’università dal 2010 a oggi, Comune per Comune, incrociandoli con le informazioni Gtfs sul trasporto pubblico locale: fermate, coordinate, orari e gestori.
I risultati
Da qui nascono le mappe disponibili sul portale Iter, dove si può vedere quante scuole siano effettivamente raggiungibili entro 90 minuti, e da quali Comuni sia possibile arrivare in classe alle 8.30.
Il dato più significativo riguarda le aree interne, dove l’assenza di scuole superiori limita di fatto la scelta. Secondo Porcu, in alcune zone «i ragazzi non hanno la possibilità di scegliere se studiare». Anche quando una scuola è accessibile, spesso l’offerta si riduce a un solo indirizzo: una “monocoltura dell’istruzione” cui fa seguito una penalizzazione di chi, anche per ragioni economiche, non vede nell’Università un investimento sostenibile.
Usala parla di “pregiudizio del sopravvissuto”: chi arriva all’Università dalle aree più isolate spesso ottiene buoni risultati, ma solo perché molti altri si sono fermati prima. Il viaggio, conclude la ricerca, non è solo una questione di distanza: può diventare un ostacolo capace di orientare, limitare o interrompere il percorso formativo già durante l’adolescenza.