Inattività fisica e tumori
Di Vito Fiori
Muoversi poco fa male alla salute. È quanto emerge da uno studio dell’Oms, pubblicato sulla rivista dell’Airc (Associazione italiana per la ricerca sul cancro). L’attività fisica, si legge, rappresenta infatti uno dei comportamenti con il maggiore impatto positivo sul benessere, ma per milioni di persone è diventata un’abitudine sempre meno frequente. A modificare il rapporto con il movimento hanno contribuito negli ultimi decenni molti fattori: la diffusione delle tecnologie, la trasformazione del lavoro e delle attività ricreative verso modalità sempre più sedentarie e il ricorso ai mezzi di trasporto a motore anche per spostamenti brevi. Il risultato è una progressiva riduzione dell’attività fisica quotidiana in gran parte del mondo.
Lo studio
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), quasi un adulto su tre a livello globale non raggiunge i livelli di attività fisica necessari per mantenere un buono stato di salute. Tra gli adolescenti la situazione è ancora più critica: la percentuale di chi non si muove abbastanza supera l’80 per cento. In totale, sarebbero circa 1,4 miliardi gli adulti esposti a un maggiore rischio di malattia proprio a causa di livelli insufficienti di attività fisica.
Dal cuore al tumore: i rischi del poco movimento
La scarsa attività fisica è associata a un aumento del rischio di numerose patologie. Tra queste figurano le malattie cardiovascolari, l’ipertensione, l’obesità, il diabete, l’osteoporosi, l’ansia e la depressione, oltre a diverse forme di cancro. Secondo le stime degli esperti, l’inattività fisica potrebbe contribuire ogni anno alla morte di circa 4-5 milioni di persone nel mondo.
Il rapporto tra movimento e salute riguarda quindi non soltanto la prevenzione delle malattie cardiovascolari e metaboliche, ma anche quella oncologica. Un legame che la ricerca scientifica ha impiegato tempo a definire con precisione.
Cosa sappiamo sul rapporto tra inattività e cancro
Dimostrare che la scarsa attività fisica possa aumentare il rischio di sviluppare un tumore non è stato semplice. Il cancro, infatti, è nella maggior parte dei casi una malattia che si sviluppa nell’arco di molti anni ed è determinata dall’interazione di diversi fattori di rischio.
Anche lo studio dell’inattività fisica presenta delle difficoltà, perché è necessario prendere in considerazione livelli differenti di attività e sedentarietà e seguire numeri molto elevati di persone. Nel corso degli anni, tuttavia, le ricerche hanno raccolto un numero crescente di evidenze sul legame tra poco movimento e tumori. Le prove sono particolarmente solide per alcune neoplasie, mentre per altre il rapporto è ancora oggetto di approfondimento. Le evidenze più consistenti riguardano i tumori del colon, del corpo dell’utero e della mammella, sia prima sia dopo la menopausa. Livelli insufficienti di attività fisica sono associati a un rischio dal 10 al 20 per cento più elevato di sviluppare queste forme tumorali rispetto a chi pratica un’adeguata quantità di movimento. Sono invece ancora più deboli le prove relative a un possibile legame tra inattività fisica e tumori della prostata, della vescica, del rene e del polmone.
Per comprendere la portata del fenomeno, negli Stati Uniti si stima che il 2-4 per cento di tutti i casi di tumore possa essere attribuito a livelli insufficienti di attività fisica.
Il ruolo dell’obesità
Il poco movimento può aumentare il rischio oncologico anche indirettamente, favorendo l’insorgenza dell’obesità, a sua volta associata a molte forme di tumore.
Le persone obese presentano infatti una maggiore frequenza di tumori dell’endometrio, cioè il rivestimento interno dell’utero, oltre che dell’esofago, dello stomaco, del fegato, dei reni, del pancreas, del colon, della cistifellea, della mammella dopo la menopausa, dell’ovaio e della tiroide.
Il rapporto tra attività fisica e cancro, dunque, può svilupparsi lungo più percorsi: direttamente, attraverso gli effetti biologici del movimento, e indirettamente, attraverso il controllo del peso corporeo e la riduzione dell’obesità. Al contrario, le evidenze scientifiche disponibili sono sufficienti per affermare che l’esercizio fisico ha un effetto protettivo nei confronti dei tumori. In generale, questo effetto tende a essere maggiore all’aumentare dell’intensità, della durata e della frequenza dell’attività svolta.
Non solo inattività: attenzione anche a quanto tempo si resta seduti
Negli ultimi anni la ricerca ha evidenziato un altro elemento fondamentale: non basta considerare quanto ci si muove, bisogna guardare anche a quanto tempo si trascorre in attività sedentarie.
Inattività fisica e sedentarietà non sono infatti sinonimi. Per inattività fisica si intende un livello di movimento insufficiente a raggiungere le raccomandazioni delle autorità sanitarie. La sedentarietà, invece, indica un comportamento caratterizzato da un bassissimo dispendio energetico, tipico delle attività svolte prevalentemente da seduti o sdraiati.
La differenza è importante perché la sedentarietà può rappresentare un fattore di rischio per alcuni tumori anche indipendentemente dal livello di attività fisica.
Diversi studi hanno mostrato che trascorrere molto tempo seduti può ridurre parte dei benefici associati all’esercizio, anche nelle persone che raggiungono buoni livelli di attività fisica.
Le evidenze più consolidate riguardano il possibile legame tra sedentarietà e tumori del colon, dell’endometrio e del polmone. Esistono inoltre indicazioni, anche se meno solide, su una possibile associazione con i tumori della prostata e della mammella.
A questo si aggiunge un altro dato: numerose ricerche hanno osservato che le persone che trascorrono più tempo in comportamenti sedentari – generalmente misurati negli studi come ore passate sedute o davanti alla televisione – presentano anche una maggiore mortalità per cancro.
La strategia: interrompere la sedentarietà
Le autorità sanitarie concordano sulla necessità di ridurre il più possibile il tempo trascorso in comportamenti sedentari. Un obiettivo che, nella vita quotidiana, non è sempre facile da raggiungere.
Molte attività sono infatti strutturalmente sedentarie: dalla guida dell’auto alla televisione, fino alla maggior parte dei lavori d’ufficio.
Una possibile strategia consiste nell’interrompere periodicamente i periodi trascorsi seduti, inserendo pochi minuti di attività fisica leggera. Può bastare una breve passeggiata oppure semplici esercizi, come alcuni piegamenti sulle gambe.
Alcuni studi suggeriscono che queste pause possano produrre benefici per la salute. Non è però ancora possibile stabilire con certezza se siano sufficienti, da sole, a ridurre il rischio di sviluppare un tumore associato a un’elevata sedentarietà.
Il messaggio che emerge dalla ricerca è quindi duplice: muoversi regolarmente e ridurre il più possibile il tempo trascorso seduti. Non si tratta soltanto di fare sport, ma di riportare il movimento all’interno delle attività quotidiane, contrastando uno stile di vita sempre più caratterizzato dall’inattività.