Sildenafil e tumori: così il Viagra potrebbe ostacolare le metastasi
Di Vito Fiori
Il Sildenafil, principio attivo noto soprattutto per il trattamento della disfunzione erettile e commercializzato con il nome di Viagra, potrebbe avere un effetto inatteso sulle cellule tumorali: ostacolarne la capacità di formare metastasi.
A suggerirlo è uno studio coordinato da Ayelet Erez del Weizmann Institute di Rehovot, in Israele, pubblicato nel luglio 2026 sulla rivista Cancer Research. Il lavoro ha permesso di identificare un possibile nuovo meccanismo attraverso cui il farmaco interferisce con il metabolismo del colesterolo nelle cellule tumorali.
La scoperta arriva da una collaborazione tra diversi gruppi di ricerca israeliani e statunitensi e punta i riflettori su una via biologica già nota, ma che nelle cellule tumorali sembra produrre effetti inattesi.
Che cosa succede al colesterolo nelle cellule tumorali?
Quando si parla di colesterolo, il primo pensiero va spesso alle malattie cardiovascolari. All’interno delle cellule, però, questa molecola svolge funzioni essenziali: contribuisce alla struttura e al funzionamento delle membrane cellulari e partecipa a numerosi processi metabolici e di segnalazione.
Per una cellula tumorale che deve muoversi dal tumore originario, entrare nella circolazione sanguigna e colonizzare un altro organo, poter disporre del colesterolo necessario può essere particolarmente importante. Ed è proprio su questo punto che, secondo il nuovo studio, potrebbe intervenire il Sildenafil.
Il meccanismo
Il Sildenafil è un inibitore della fosfodiesterasi di tipo 5, o PDE5. Il suo bersaglio è un enzima che normalmente contribuisce a degradare il guanosin monofosfato ciclico, il cGMP.
Quando la PDE5 viene bloccata, la concentrazione di cGMP aumenta. È questo il meccanismo alla base dell’azione del Sildenafil nel trattamento della disfunzione erettile e dell’ipertensione arteriosa polmonare: l’aumento del cGMP favorisce il rilassamento della muscolatura liscia e la vasodilatazione.
Nelle cellule tumorali, però, la stessa cascata biologica sembra avere una conseguenza diversa. Gli esperimenti condotti dai ricercatori indicano che l’aumento del cGMP può modificare la distribuzione del colesterolo all’interno della cellula, facendolo accumulare nei lisosomi, gli organelli che svolgono importanti funzioni di degradazione e riciclo. Il colesterolo, in questo modo, risulta meno disponibile nelle altre parti della cellula. Il risultato, osservato in diversi modelli sperimentali di tumori umani e murini, è stato una riduzione della capacità delle cellule tumorali di migrare e formare metastasi.
Non solo Sildenafil
Un elemento particolarmente interessante dello studio riguarda la possibilità che l’effetto osservato non sia specifico del Sildenafil.
Anche altri approcci sperimentali capaci di inibire la PDE5 o di aumentare i livelli di cGMP hanno prodotto risultati analoghi. Un dato che rafforza l’ipotesi secondo cui a essere coinvolta sia soprattutto questa specifica via biologica, piuttosto che una caratteristica esclusiva del sildenafil. Ma le cellule tumorali non rimangono passive. Quando la quantità di colesterolo disponibile diminuisce, possono attivare meccanismi compensatori per aumentarne la produzione. Ed è qui che entra in gioco un’altra classe di farmaci: le statine.
Sildenafil e statine, una possibile combinazione
Le statine sono farmaci ampiamente utilizzati per ridurre i livelli di colesterolo nel sangue e agiscono proprio limitandone la sintesi.
L’ipotesi dei ricercatori è quindi quella di colpire il metabolismo del colesterolo tumorale da due direzioni: il sildenafil ne ostacolerebbe la distribuzione all’interno della cellula, mentre la statina ne ridurrebbe la produzione. Nei modelli sperimentali analizzati, la combinazione dei due farmaci ha mostrato effetti favorevoli sulla capacità delle cellule tumorali di migrare e formare metastasi. Anche l’analisi retrospettiva di cartelle cliniche elettroniche ha fornito un segnale interessante: tra i pazienti oncologici osservati, chi assumeva Sildenafil presentava una sopravvivenza maggiore, con un ulteriore beneficio associato all’uso contemporaneo di statine.
Ma questo dato richiede particolare cautela. Si tratta infatti di un’associazione osservata analizzando dati clinici già disponibili e non di una prova che i farmaci abbiano determinato direttamente l’aumento della sopravvivenza. Per stabilire un rapporto di causa-effetto servono studi clinici progettati specificamente per rispondere a questa domanda.
Il Sildenafil può diventare un farmaco contro il cancro?
L’idea di studiare il Sildenafil in oncologia non è nuova. Nel 2024 un gruppo guidato da Paul Dent, del Massey Cancer Center in Virginia, aveva già valutato il farmaco in combinazione con l’antitumorale Regorafenib in uno studio clinico di fase I su 29 pazienti con tumori solidi avanzati. I risultati erano stati pubblicati sulla rivista Anticancer Drugs.
Quello studio aveva però un obiettivo diverso: valutare soprattutto la sicurezza e il dosaggio della combinazione, non dimostrarne l’efficacia contro il tumore. Anche i nuovi risultati, dunque, non significano che il Sildenafil sia oggi una terapia anticancro. E soprattutto non autorizzano a considerarlo un farmaco per prevenire le metastasi o a suggerirne l’assunzione a questo scopo. Le evidenze più interessanti sull’effetto antimetastatico arrivano ancora da esperimenti condotti su cellule e animali. I dati sui pazienti sono invece osservazionali e non consentono, allo stato attuale, di stabilire l’efficacia del trattamento.
La strada del drug repurposing
Se i risultati verranno confermati da studi clinici rigorosi, il Sildenafil potrebbe diventare un interessante esempio di drug repurposing, cioè del riutilizzo di farmaci già disponibili per indicazioni diverse da quelle per cui sono stati originariamente sviluppati.
È una strategia che presenta un potenziale vantaggio: per questi farmaci esistono già numerose informazioni sulla sicurezza, sui dosaggi e sugli effetti collaterali.
Ma il passaggio dal laboratorio alla pratica clinica è ancora tutto da dimostrare. Bisognerà capire se il meccanismo osservato nei modelli sperimentali si tradurrà davvero in un beneficio per i pazienti e, soprattutto, in quali tipi di tumore. Per ora, dunque, il Sildenafil resta un farmaco utilizzato per indicazioni ben precise. La possibilità che possa trovare un posto anche nell’arsenale dell’oncologia è un’ipotesi di ricerca interessante, ma ancora tutta da verificare.