Da burnout a mindfulness, ecco come cambia il vocabolario della salute mentale

Con l’avvento dei social media, il linguaggio ha subito un radicale cambiamento e questo ha influenzato anche il gergo utilizzato in campo psicologico, soprattutto grazie all’utilizzo delle piattaforme web da parte di esperti e divulgatori. Ecco allora che il vocabolario della salute mentale si è arricchito di nuovi termini per indicare nuove malattie, legate a doppio filo al periodo storico che stiamo vivendo. Tuttavia, destreggiarsi fra questi nuovi termini, spesso presi in prestito dall’inglese o frutto di abbreviazioni (come sigle e acronimi) non è facile. Di seguito, vediamo quali sono le parole più diffuse e quale sia il loro significato.

Adhd

La sindrome da iperattività e deficit dell’attenzione o Adhd è in realtà nota fin dagli inizi del ‘900. Tuttavia, solo di recente ha cominciato a diffondersi anche nel linguaggio dei non addetti ai lavori: il merito va a Internet e ai social, che sono indicati tra le cause principali di questo disturbo.

L’Adhd consiste in un disordine neuropsichico dei bambini e degli adolescenti. Fa la sua comparsa attorno ai 7 anni ed è caratterizzato da iperattività, impulsività e incapacità a concentrarsi. In passato, questi bambini venivano additati come troppo vivaci, distratti o semplicemente monelli; oggi sappiamo che dietro a questi comportamenti si cela un disturbo che può e deve essere curato, per evitare ripercussioni anche gravi sulla loro vita di adulti.

La sindrome da burn-out

Un disturbo che si manifesta nella vita adulta e che è stato classificato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) come una delle nuove problematiche di salute mentale dei lavoratori. Esso consiste in una sorta di esaurimento da troppo lavoro e si manifesta con mancanza di energia, spossatezza, stress e irritabilità traducendosi in una minore efficienza produttiva.

A essere colpite da burn-out sembrano essere soprattutto alcune categorie di lavoratori, come i medici, che vengono sottoposti a turni di lavoro molto pesanti.

Il coping

La parola deriva dall’inglese e può essere definita come un “falso amico” per via dell’assonanza con l’italiano “copiare”. Significa in realtà “affrontare” ed è un termine che ha preso piede nel nostro Paese durante la pandemia, ma che è noto agli psicologi fin dagli anni ‘60.

Il coping è messo in stretta correlazione con lo stress: infatti, una situazione verrà percepita tanto più stressante quanto la persona si valuterà incapace di affrontarla. In pratica, le strategie di coping sono quelle messe in atto davanti a un evento traumatico o stressante: ad esempio, la fuga davanti a un pericolo. Esse servono a garantire l’equilibrio tra l’individuo e l’ambiente. Tuttavia, non sempre queste strategie si rivelano adatte alla situazione e finiscono con il diventare un vero e proprio problema. Si parla in questo caso di coping disfunzionale, perché lo stress viene amplificato anziché gestito.

Per migliorare le proprie strategie di coping, è possibile lavorare sulle stesse ridimensionandole, trasformando i pensieri negativi in pensieri positivi, creando nuove strategie e modificando comportamenti e credenze. Un’abilità di coping potrebbe essere la mindfulness, di cui si parla tanto, ma della quale si sa ancora poco.

La mindfulness

La parola inglese significa “consapevolezza” e indica una forma mentale il cui obiettivo è vivere consapevolmente, senza combattere lo stress, ma accettando la presenza di pensieri ed emozioni anche negative. La pratica mira quindi alla gestione dello stress attraverso una strategia di centramento, ovvero di attenzione a ogni singolo istante, vivendo il momento presente in modo non giudicante, semplicemente lasciandolo scorrere.

Fomo o “Fear of missing out”

Si tratta, come indica la parola inglese, della paura di essere messi da parte o dimenticati. Chi soffre di questo disturbo fa un uso massiccio dei social, per essere sempre connesso con gli altri seppur in modo virtuale. Accanto a questa problematica ne troviamo un’altra, la Fobo o Fear of better options, la paura di non prendere sempre la decisione migliore. Questo disturbo si manifesta con l’ansia di aver rinunciato a tutte le opzioni disponibili una volta fatta la propria scelta.

Il Trigger warning

Il termine si è diffuso sui social e consiste nel dare un avvertimento (warning) su alcuni contenuti che potrebbero urtare la sensibilità degli utenti scatenando una reazione emotiva intensa, richiamando alla mente una precedente esperienza traumatica anche in modo indiretto o superficiale (trigger). Il Tw appare quindi prima di contenuti espliciti che fanno riferimento, ad esempio a episodi di violenza, razzismo o sessismo. Recentemente, è possibile vedere i trigger warning all’inizio di alcuni film e serie tv, o in apertura di alcuni classici della Disney. I triger warning sono quindi uno strumento indispensabile per preservare l’equilibrio psichico delle persone che utilizzano i media e costituiscono una forma di rispetto verso la salute mentale di ciascun individuo.

Roberta Gatto

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