Attraversare il deserto Saudita in handbike per trovare soluzioni tech alla disabilità

Matteo Parsani

La lunghezza del tracciato è di poco inferiore a quella del Tour de France (3mila chilometri invece di 3.500). Il tempo massimo è più dilatato (30 giorni al posto di 21), ma certamente, ambiente e motivazioni sono completamente diverse rispetto alla Grande Boucle. Matteo Parsani ha iniziato la traversata del deserto dell’Arabia Saudita (da Dammam a Thuwal, sulle sponde del Mar Rosso) all’alba del 17 dicembre. L’impresa non prevede una classifica e si sviluppa in solitudine lungo piste sabbiose, bollenti di giorno, gelide la notte. Professore di matematica al Kaust (King Abdullah University of Science and Technology), il bergamasco Matteo Parsani è paraplegico incompleto dal 2017, quando proprio in Arabia fu coinvolto in un incidente di moto. «Dalle ginocchia in giù non sento nulla» spiega Parsani, «e mi muovo lentamente con dei tutori in carbonio. Ho dolori neuropatici fortissimi, ma braccia robuste e infinito entusiasmo».

L’iniziativa

Tutto nasce dall’entusiasmo di Parsani, aggiunta un’intuizione del professor Franco Molteni, direttore del Centro di riabilitazione Villa Beretta di Costa Masnaga. A loro si è accomunata la bravura dei ricercatori del Kaust che hanno contribuito a elaborare il progetto di viaggio. «Stando agli esami clinici» spiega ancora Parsani, «non dovrei muovere e sentire nulla sotto l’ombelico, dove il midollo e i nervi sono come aggrovigliati. E invece qualcosa si muove. Monitorare con tecnologie sofisticate come questo groviglio reagirà a sette ore di fatica al giorno, spingendo a forza di braccia una handbike in pieno deserto, potrà fornire risposte e soluzioni molto utili a chi fa ricerca sulla disabilità».

Come funziona il «sistema Parsani»

Lo sviluppo tecnologico (e quello dei sistemi di sicurezza per difendere Matteo da un ambiente ostile) è andato di pari passo con allenamenti durissimi, che cominciavano alle tre del mattino. Il cuore del «sistema Parsani» è un casco a pannelli solari (nel deserto non ci sono prese Usb) munito di connettività Gps (piloterà anche un drone che ronzerà sulla testa dell’atleta) e Bluetooth che, oltre a monitorare parametri vitali come il livello di ossigeno nel sangue, frequenza cardiaca e temperatura corporea, farà scattare un allarme automatico con localizzazione in caso di caduta o emergenza medica. Tutti i rilevatori fisiologici sono stati realizzati per assorbire minime quantità di energia in modo da facilitare la ricarica. Il sistema consentirà anche di trasmettere immagini in tempo reale a una piattaforma web che seguirà il viaggio in tempo reale (Parsani prevede di muoversi sui 25 km/h, andatura veloce in condizioni così difficili) e a condividerne le emozioni. Per approfondire temi fisiologici così delicati sarà necessario analizzare dei campioni biologici.

Cerotti in 3D e sensori lungo il corpo

Lungo il corpo di Matteo (che la notte riposerà in un camper) verranno applicati dei cerotti 3D dotati di un meccanismo di suzione ispirato alle ventose dei polipi: all’interno di ogni cerotto ci sono dei micro canali che permettono una lettura molto più precisa del segnale e una migliore aderenza alla pelle per leggere sia i dati cardiaci che cerebrali. Più che cerotti, sono invece delle piattaforme grandi come una moneta quelle applicate in altre parti del corpo. Esse funzionano come sensori inerziali per il movimento, misuratori dell’attività muscolare e rilevatori elettrochimici per l’analisi del sudore e in particolare della concentrazione di sodio e potassio. La loro carenza potrebbe diventare critica in sforzi molto lunghi e con climi estremi. «Quando sei vittima di una lesione midollare» spiega il professor Parsani, «oltre a doverti riprendere dal trauma, vai incontro ad alti e bassi psicologici molto pesanti. Se però si trova il supporto giusto, come io ho trovato qui in Arabia e grazie al professor Molteni in Italia, si capisce di poter fare cose inimmaginabili rispetto alle diagnosi che hai avuto. I miei tremila chilometri in handbike nel deserto serviranno a offrire alla scienza un supporto di dati in grado di ampliare la conoscenza e le possibilità di chi pensa che la sua vita sia finita il giorno dell’incidente».

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