Abbiamo un problema: il dilagare del fenomeno del lavoro nero e irregolare

La denuncia è della segretaria della Flai Cgil Sardegna Valentina Marci. «I dati della Fondazione Metes (Flai Cgil nazionale) relativi alla Sardegna» denuncia la sindacalista, «restituiscono un quadro emblematico: su 4mila e 670 aziende con dipendenti in tutta l’Isola, l’anno scorso sono stati fatti controlli da parte dell’Ispettorato su appena 230 realtà». Con risultati emblematici. «In queste aziende dove sono stati fatti i controlli» sottolinea Valentina Marci, «sono state registrate 116 irregolarità. Il 61.4 per cento delle aziende controllate sono risultate irregolari per lavoro nero, reati di caporalato e sfruttamento, violazione delle norme su salute e sicurezza, fenomeni di intermediazione fraudolenta di manodopera e su orario di lavoro». Più in particolare, «ben 34 sul totale dei 244 lavoratori delle aziende controllate lavoravano completamente in nero, per altri venti lavoratori sono state accertate violazioni delle norme in materia di contrasto al caporalato e allo sfruttamento, in 84 casi le violazioni erano relative al mancato rispetto delle norme in materia di salute e sicurezza».

Che fare? L’auspicio della Flai Cgil Sardegna è «l’intensificazione delle attività ispettive da parte di tutti gli organismi preposti oltre all’impegno da parte della Regione e, in particolare dell’assessorato all’Agricoltura, affinché rispetti gli impegni presi nei tavoli di confronto».

«È urgente ancor di più» sottolinea la segretaria regionale Flai Cgil, «in una regione come la Sardegna dove l’agroalimentare è un comparto strategico da valorizzare, chiedere all’assessorato regionale all’Agricoltura coerenza rispetto agli impegni presi e alle dichiarazioni rese nei tavoli di confronto come prevedere delle premialità aggiuntive nell’assegnazione delle risorse del Psr (Piano di sviluppo rurale) per le aziende che aderiscono alla Rete del lavoro agricolo di qualità ((ReLaQ). In altre regioni d’Italia è stato fatto, qui non ancora».

A queste Reti possono aderire, entrando a far parte di una sorta di white list, solo le aziende agricole che dimostrano il rispetto delle norme in materia di lavoro, legislazione sociale, imposte sui redditi e sul valore aggiunto.

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