La danza? Anche un cieco la pratica

La danza? Può essere uno sport accessibile anche per chi ha una disabilità. A dimostrarlo è Valeria Pittalis, 38 anni, maestra di danze latino americane. Insegnante di Sassari, un passato da ballerina professionista, è lei stessa a raccontare la sua esperienza di insegnamento ad allievi con disabilità.

«L’incontro con questi allievi è stato casuale» racconta Valeria Pittalis, «perché loro hanno scelto la mia scuola. Nonostante inizialmente avessi dei dubbi dovuti alla mia visione della danza come vera e propria disciplina, non mi sono fatta frenare da pregiudizi o dal pensiero di non essere capace e quindi ho deciso di far fare loro una lezione di prova, per poi rendermi conto che l’insegnamento era fattibile e del tutto semplice».

Le tecniche di guida

Valeria Pittalis con un allievo

Valeria Pittalis parla delle tecniche di insegnamento che ha dovuto pensare o riadattare in base alla disabilità: «con allievi ciechi, inizio con la descrizione precisa del passo o della figura che devono eseguire, faccio anche toccare il mio piede per far capire meglio il movimento, replicando la stessa azione con gambe e braccia. In questo modo, il movimento preciso viene compreso al meglio».

Tra i suoi allievi non ci sono soltanto disabili sensoriali. «Riguardo invece gli allievi nello spettro autistico» chiarisce la maestra Pittalis, «ho imparato ad avere la loro stessa visione del mondo e così impronto la lezione come se fosse un gioco». In che modo? «Meno rigidità ma stessi obbiettivi e stesso risultato, ovvero ballare bene» conclude Valeria Pittalis.

Il metodo applicato

L’insegnante sottolinea l’importanza delle correzioni, fondamentali nel percorso di crescita e di miglioramento. «Se un ballerino ha una disabilità, non significa che non debba essere corretto, non bisogna trattare questi atleti con pietismo solo per la loro condizione. Il percorso deve essere lo stesso, fatto di sbagli, miglioramenti, vittorie, ma anche sconfitte: solo così si va avanti». E arriva il tempo delle gare vere e proprie. «Quando porto in pista un mio allievo» sottolinea ancora Valeria Pittalis, «in quel momento ciò che conta è la performance, quello che riesce a trasmettere al pubblico, non la sua disabilità. Non esistono differenze, nonostante eventuali difficoltà, quando si esegue la coreografia nel modo corretto, con la tecnica giusta. Quando questo riesce, io sono fiera e soddisfatta del lavoro fatto nei mesi precedenti».

Valeria Pittalis

Insomma, la “scomparsa” della disabilità. «Alcuni colleghi non si rendevano nemmeno conto del fatto che una mia allieva non vedesse, perché in quel momento arrivava un messaggio che andava oltre e ti faceva concentrare sulla bellezza dello show, della performance».

L’importanza dello sport

«Quando inizi un percorso da atleta» sottolinea Valeria Pittalis, «entri in contatto con le tue emozioni, fragilità e debolezze, impari quindi a gestire l’ansia da prestazione, il confronto più o meno positivo con altri atleti e ti rendi conto che la tua disabilità può essere anche uno strumento di vantaggio perché ti fa concentrare di più durante la performance». Non solo: «sviluppi una maggior consapevolezza e nel momento in cui raggiungi l’obbiettivo che ti eri prefissato, come ad esempio vincere il campionato italiano» chiarisce ancora Pittalis, «acquisisci stima e sicurezza in te stesso, cosa che può aiutare anche in altri ambiti della vita».

Gli obiettivi

«Bisognerebbe promuovere maggiormente la danza a 360 gradi» chiede ancora Valeria Pittalis, «perché esistono ancora troppi pregiudizi in questo senso e c’è il rischio che molti insegnanti possano precludersi un percorso di insegnamento di questo tipo solo perché hanno poca esperienza al riguardo. Dovrebbero aumentare spettacoli e manifestazioni per far comprendere che le barriere molto spesso sono solo culturali e non realmente esistenti».

Rossella Boette

1 commento

Lascia un commento