Patente e giovani, cosa è cambiato

Di Rossella Boette

Per molto tempo il compimento dei 18 anni portava con sé un rito di passaggio: quello di prendere la patente. Eppure, a oggi il 93 per cento dei giovani associa il mettersi al volante unicamente a una fonte di stress e rinuncia.

Lo psicoterapeuta Giorgio Nardone spiega come sia cambiato l’approccio alla guida e il modo in cui le famiglie contribuiscano a questo cambiamento.

Le differenze

Solo un giovane su due vuole prendere la patente allo scoccare dei 18 anni, contro una percentuale che 10 anni fa sfiorava il 95 per cento.

A oggi pesano maggiormente anche i costi, contro le alternative sostenibili come monopattini e car sharing, sempre più diffusi nelle città. Tutto questo però non basta a spiegare il fenomeno, perché dietro questa rinuncia c’è qualcosa di più profondo.

«È scomparso questo rito di passaggio perché è svanita l’idea stessa di diventare adulti» spiega lo psicoterapeuta Giorgio Nardone, autore di “Panico al volante-superare la paura per guidare sicuri“.

«I giovani vivono adagiati in una bolla di comodità e la patente e una delle poche prove davvero selettive rimaste» continua Nardone, «molti ragazzi dicono “non mi serve”, ma è come la storia della volpe e luva, dico non mi interessa solo perché penso di non esserne all’altezza».

Le incertezze

Ma esiste un problema alla base? «Purtroppo sì» spiega ancora lo psicoterapeuta, «perché coltiviamo il sogno di liberare i figli da ogni sofferenza e turbamento, però per diventare grandi, occorre imparare a gestire le emozioni primarie come paura, dolore, piacere e rabbia. Se la famiglia è la società spianano gli ostacoli, i ragazzi non imparano a confrontarsi con essi, rischiando di non sviluppare fiducia nelle loro risorse».

Le fragilità di oggi

Cresciamo figli fragili? «Il vero problema dei giovani d’oggi non è la ribellione, ma l’insicurezza» continua a spiegare Nardone, «e questa si manifesta nel rimandare senza affrontare, per dimostrare una forza che in realtà non si ha. E così, non prendere la patente diventa simbolo di questa fragilità. Certo, guidare non è naturale, ci infiliamo in una scatola di latta, impugniamo un cerchio di plastica e coordiniamo i piedi su dei pedali. In questo non c’è niente di istintivo, è semplicemente una competenza artificiale che richiede un’attenzione complessa e se un giovane non è allenato ad affrontare le difficoltà, percepisce questo ambiente come ostile. In più, la paura di guidare, spesso si collega ad altre fobie come quella di allontanarsi da casa, perdere il controllo oppure sentirsi male».

Che fare

Cosa fare per spronare i propri figli? «Bisogna smettere di fare i genitori maggiordomi, pronti ad accompagnarli ovunque»  conclude Giorgio Nardone, «se noi siamo sempre pronti ad accompagnarli, perché loro dovrebbero sforzarsi? Il consiglio è drastico, bisogna smettere di fare gli autisti e mettere i figli nelle condizioni di organizzarsi da soli. Vuoi spostarti? Allora prendi il bus, cammini oppure ti metti d’impegno e studi per la patente. Questo significa dare ai figli la possibilità di fallire, riprovare e finalmente riuscire a metterli di fronte alla necessità. Questo è l’unico modo per spingerli ad affrontare veramente la vita».

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