Mete, rapporto sui flussi migratori in Sardegna e politiche d’intervento

Di Giuseppe Giuliani

La Sardegna che si spopola. Negli ultimi vent’anni ha perso oltre 85mila residenti e ha il tasso di fecondità più basso d’Italia. Non solo: nel 2025, l’Isola ha visto sparire 7800 residenti, un dato questo, appena mitigato dagli arrivi.

Numeri e dati presentati nella sede della Fondazione di Sardegna a Cagliari con il Rapporto Mete 2026. Il tema?Arrivi, partenze e percorsi migratori. Capire i dati per interpretare la realtà”. Il rapporto, realizzato dal Crei (Comitato regionale emigrazione – immigrazione) Acli Sardegna, con il contributo della Regione Sardegna, analizza i flussi migratori e le dinamiche demografiche che riguardano l’Isola.

L’attenzione si è concentrata soprattutto su spopolamento, denatalità, mobilità giovanile, processi migratori e politiche di intervento.

I dati

Il lavoro del Crei Acli si basa sui dati relativi alla popolazione residente, ai movimenti in entrata e in uscita e alle condizioni che influiscono sulla decisione di restare, partire o arrivare nell’isola.

Il rapporto

La Sardegna è la regione italiana con il più basso numero di under 15 (9,4 per cento) e la situazione è destinata a peggiorare: le proiezioni al 2050 dicono come la popolazione attiva a scenderà sotto il 50 per cento, con conseguenze immaginabili sul sistema di welfare regionale.

Il tasso di fecondità è di 0,85 figli per donna, il più basso d’Italia e tra i più critici dell’intera Unione europea.

Per quanto riguarda la denatalità, la ricerca non si ferma ai numeri, ma esamina la situazione anche dal punto di vista delle cause, arrivando alla conclusione che non è solo una questione culturale. Sulla ridotta procreazione incidono fattori come il lavoro, la casa e le prospettive personali e familiari incerte.

La Sardegna è la seconda regione con più anziani d’Italia (la prima è la Liguria). Gli over 65 rappresentano il 28,1 per cento della popolazione. 

Sardi che emigrano

I sardi che hanno lasciato l’Isola lo scorso anno sono stati 133mila. Erano stati 128mila nel 2023. Il 70 per cento dei residenti all’estero ha tra i 18 e i 64anni, persone che mancano al tessuto produttivo sardo.

Gli studenti

Il 15,7 per cento degli studenti universitari sardi è costretto a studiare fuori dall’isola. Il dato è inferiore rispetto agli anni scorsi, ma l’analisi dice che la motivazione è negativa: minore possibilità da parte dei genitori di sostenere le spese per far studiare un figlio.

I problemi principali restano quelli della dispersione scolastica e della mancanza di competenze adeguate: i ragazzi che ottengono la licenza media non hanno le conoscenze adeguate al titolo di studio ottenuto.

Chi arriva

Diminuiscono nigeriani, senegalesi e marocchini, aumentano bangladesi, e pakistani. Ma, soprattutto la Sardegna è la regione che ospita la comunità kirghisa più numerosa. Dati strettamente collegati alla tipologia di lavoro: cura della persona, commercio e agricoltura. In Gallura si arriva soprattutto per un impiego nel turismo.

Due velocità

A una Gallura in crescita (più 11,3 per cento) e ai centri urbani che resistono, fanno da contraltare le zone interne che subiscono cali della popolazione sino al 25 per cento.

Anche in questo caso conta l’attrattività: il turismo sulle coste, e la diminuzione dei servizi nelle aree interne.

Le cause

Secondo l’analisi del Crei, i problemi demografici sono legati alla fragilità economica della Sardegna, una situazione dovuta ad assenza di programmazione da parte di tutte le amministrazioni regionali che si sono succedute da vari decenni.

Le scelte le ha fatte il mercato, privilegiando il turismo e quindi le zone costiere a discapito di quelle interne, dove restano predominanti agricoltura e allevamento.

Ai problemi specifici si aggiungono quelli generali, sintetizzabili nel taglio della spesa pubblica.

Le dichiarazioni

Mauro Carta, presidente delle Acli della Sardegna invoca «un cambio di paradigma, il passaggio da politiche di “rientro” nostalgiche a strategie di attrattività territoriale».

Carta ritiene necessario agire sul diritto allo studio, sulla stabilità lavorativa dei giovani e sulla distribuzione della ricchezza.

Per Vania Statzu, coordinatrice della ricerca e direttrice dello Iares (Istituto Acli per la ricerca e lo sviluppo), «il Rapporto Mete non si limita a registrare la situazione, ma agisce come un microscopio sociale capace di leggere le interconnessioni tra demografia, economia, flussi migratori e percorsi educativi».

Questi dati, secondo Statzu, devono rappresentare la base per avviare politiche di attrattività territoriale, tenendo conto del diritto allo studio, della qualità del lavoro e della rigenerazione dei legami comunitari.

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