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Giovani e lavoro, uno su due guarda all’estero per la carriera

Di Vito Fiori

lavoroL’83,3 per cento degli italiani tra i 18 e i 34 anni vuole crescere professionalmente, ma quasi nove su dieci ritengono che il Paese non sappia riconoscere adeguatamente il merito. È quanto emerge dall’indagine Censis-Cida dove si fotografa la distanza tra le ambizioni delle nuove generazioni e le opportunità offerte dal mercato del lavoro.

I giovani italiani non rinunciano alla carriera. Anzi, si dicono pronti a investire nella formazione, ad assumersi responsabilità e a sviluppare nuove competenze. A frenare le loro aspirazioni, però, è la percezione di un sistema che fatica a riconoscere il valore del lavoro e a offrire concrete prospettive di crescita. Il vero problema, tanto che il 56,3 per cento degli italiani tra i 18 e i 34 anni ritiene necessario trasferirsi all’estero per migliorare la propria carriera.

È il quadro allarmante che emerge dall’indagine del Censis per Cida, la Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità, in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’organizzazione, celebrato a Roma lunedì scorso alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

La voglia di crescere c’è, ma mancano le opportunità

I numeri smentiscono l’immagine di una generazione disinteressata al lavoro e priva di ambizioni. L’83,3 per cento dei giovani intervistati dichiara di voler fare carriera, mentre il 95,5 per cento si dice disponibile ad acquisire nuove competenze e il 90,5 per cento a investire nell’aggiornamento professionale continuo.

Elevata pure la propensione ad assumersi responsabilità: l’86,1 per cento è disposto a farsene carico, l’86,9 a coordinare un gruppo verso un obiettivo comune e l’87 per cento a motivare i colleghi. Il 90,8 per cento, inoltre, si dichiara pronto a rendere conto dei risultati raggiunti.

Insomma, la disponibilità a mettersi in gioco non manca. La frattura salta fuori quando le aspettative si rapportano alle condizioni reali del mercato del lavoro.

Il 90,8 per cento dei giovani ritiene che oggi il lavoro non garantisca più la sicurezza economica di un tempo. Per l’89 per cento, l’Italia non è in grado di riconoscere in maniera adeguata il merito, mentre l’86,1 per cento considera più difficile migliorare la propria posizione sociale attraverso lo studio e l’occupazione.

A pesare, e non poco, la questione salariale: il 79,5 per cento ritiene di meritare una retribuzione più elevata in base alle competenze possedute e al titolo di studio conseguito.

Stipendi, merito ed equilibrio tra vita e lavoro

Retribuzioni adeguate, possibilità di avanzamento e qualità della vita sono le principali condizioni che i giovani indicano per rendere più attrattiva una carriera dirigenziale.

Il 56 per cento chiede stipendi commisurati alle responsabilità, mentre il 54,9 per cento considera prioritario un migliore equilibrio tra vita privata e lavoro. Il 38,7 per cento punta su un accesso più equo alle posizioni di vertice, basato sul merito, e il 35,9 per cento chiede un maggiore riconoscimento dei talenti.

Non si tratta, alla fine, soltanto di guadagnare di più, ma di poter contare su percorsi professionali trasparenti, opportunità di crescita e un’organizzazione del lavoro compatibile con le esigenze personali.

Il Censis evidenzia come la disponibilità delle nuove generazioni sia legata alla possibilità di trovare un riconoscimento concreto dell’impegno. La carriera rimane un importante strumento di realizzazione personale, ma non può diventare l’unico orizzonte dell’esistenza né assorbire ogni spazio della vita.

L’ascensore sociale si è fermato

Dietro la sfiducia dei giovani c’è anche la percezione di un ascensore sociale sempre meno funzionante. Per decenni, l’istruzione, il lavoro e la crescita economica hanno rappresentato strumenti fondamentali per migliorare la propria condizione e costruire un futuro più solido. Oggi, secondo il rapporto, quella promessa appare lontana e scarsamente accessibile.

«Il ceto medio è stato per decenni una promessa: la convinzione che attraverso lo studio, il lavoro e l’impegno fosse possibile migliorare la propria condizione. Quando questa possibilità si restringe, si rompe il patto tra le generazioni e la fiducia nel futuro», osserva Stefano Cuzzilla, presidente di Cida.

Nei primi decenni della Repubblica, l’industrializzazione, l’espansione dell’istruzione e lo sviluppo economico avevano favorito la mobilità sociale, consentendo a milioni di persone di migliorare le proprie condizioni di vita. La difficoltà di riprodurre oggi quel percorso rischia di alimentare la disillusione e di spingere una parte delle nuove generazioni a cercare altrove le opportunità che non trovano in Italia.

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