La moda dimentica le taglie “curvy”
Di Roberta Gatto
Le donne curvy non vanno più di moda? Osservando le sfilate Primavera-Estate 2027, le taglie più grandi sembrano tornate ai margini del mercato del fashion. Dopo stagioni all’insegna dell’inclusività, la rappresentazione delle diverse corporature subisce una drastica battuta d’arresto: solo lo 0,5 per cento dei look delle ultime sfilate è plus size.
Italia non inclusiva
Il dato più critico arriva da Milano, dove solo uno dei 61 marchi in calendario ha portato in passerella look adatti a questa categoria di taglie. Per comprendere questi numeri occorre però fare un po’ di chiarezza su alcuni termini usati per indicare le varie fasce: “curvy” descrive genericamente una fisicità con curve, mentre “mid size” e “plus size” indicano diverse fasce di taglie e possono cambiare da un marchio all’altro. In linea generale, le taglie standard vanno dalla 36 alla 40, le mid size dalla 42 alla 48 e le plus size dalla 50 in su.
Un passo indietro?
L’inversione di tendenza emerge anche dal confronto con le stagioni precedenti. Secondo un’analisi dell’agenzia A Lab Curated B, nelle collezioni Primavera-Estate 2025, presentate nel 2024, la presenza di modelle plus size superava il 6 per cento; oggi quella percentuale risulta più che dimezzata.
Londra resta la capitale più inclusiva, pur con percentuali in calo rispetto alle stagioni precedenti mentre Parigi si distingue nel panorama Primavera-Estate 2027. A sostenere questa apertura sono soprattutto marchi come Ester Manas, che mette le diverse corporature al centro delle collezioni, e Chopova Lowena, con modelle dalle corporature eterogenee. A Milano, invece, soltanto Marco Rambaldi ha portato in passerella modelle plus size, mentre qualche presenza curvy si è vista da Philipp Plein e Ferragamo.
Il costo delle taglie
Ma cosa sta determinando questa inversione delle passerelle? In parte, il calo delle presenze curvy e plus size sembra dovuto al ritorno dell’estetica anni Novanta e alla diffusione dei farmaci dimagranti. Tuttavia, ci sono anche altri fattori da tenere in considerazione.
Ampliare la gamma di taglie richiede competenze specifiche, tempo e investimenti: bisogna sviluppare cartamodelli adatti a proporzioni differenti, moltiplicare le prove di vestibilità e sostenere i costi della campionatura prima ancora di avviare la produzione.
A ciò si devono aggiungere i quantitativi minimi richiesti dai fornitori e la gestione di un assortimento più ampio che impone di prevedere la domanda per ciascuna taglia. Sono costi economici e organizzativi capaci di incidere sui margini, soprattutto per i marchi piccoli e indipendenti.
Il mercato plus size non si ferma
L’agenzia Grand View Research stima il mercato mondiale dell’abbigliamento plus size in 348,8 miliardi di dollari nel 2026 e prevede 412,4 miliardi nel 2030. La valutazione comprende abbigliamento per donna, uomo e bambino, a diversi livelli di prezzo: a dimostrazione di quanto questo settore sia tutt’altro che marginale, nonostante la presenza di modelle curvy e plus size sia sempre più rara.
A ciò va ad aggiungersi il progressivo disinteresse del mondo dell’alta moda per modelle di taglia grande, anche in conseguenza di un cambio di marcia da parte di alcune rappresentanti della categoria. Diverse celebrità hanno infatti perso peso sottoponendosi a cure farmacologiche, smettendo così i panni di portavoce della body positivity. La rappresentazione delle plus size sta quindi perdendo terreno dentro e fuori dalle passerelle, ma le clienti con taglie grandi continuano a esistere e a reclamare a gran voce il diritto a essere incluse e a vestire come tutte le altre donne.