Il vaccino terapeutico a mRNA per il melanoma
Di Giuseppe Giuliani
Potrebbe essere un momento di svolta per il melanoma, ma anche per altri tumori: il vaccino a mRna, sperimentato nella cura del melanoma, funziona e aiuta il sistema immunitario a riconoscere le cellule tumorali. Lo studio INTerpath-001 ha coinvolto 1.137 pazienti di 157 centri con melanoma ad alto rischio, operati radicalmente: ebbene, l’aggiunta del vaccino personalizzato intismeran all’immunoterapia con pembrolizumab ha ridotto il rischio di recidiva e di metastasi a distanza rispetto alla sola immunoterapia. Lo studio è nell’ultima fase, quella che precede l’approvazione di una nuova cura. Il vaccino, sviluppato dalle aziende farmaceutiche Merck e Moderna, sfrutta una tecnologia analoga a quella dei vaccini utilizzati per il covid.
La novità
È la prima volta che un vaccino personalizzato a mRNA riduce il rischio di metastasi a distanza. Nello specifico, la somministrazione del vaccino intismeran oltre alla cura già prevista, l’immunoterapia con pembrolizumab, ha ridotto il rischio di recidiva del 42 per cento e il rischio di metastasi a distanza (dopo due anni) del 38 per cento rispetto al solo impiego di pembrolizumab.
Lo studio
Nello studio sono stati coinvolti pazienti ad alto rischio di recidiva, dovuta alle caratteristiche del loro tumore. Si tratta di soggetti che al momento vengono trattati attraverso l’immunoterapia con l’anticorpo monoclonale pembrolizumab. La sua azione è quella di favorire la reazione del sistema immunitario, riducendo il rischio di ripresa della malattia.
I risultati
Nella prima fase, lo studio aveva già mostrato risultati significativi, poi confermati successivamente. Già dopo i primi sei mesi di terapia, si rilevano nei pazienti esaminati risultati positivi.
La risposta è buona anche sul fronte della tollerabilità: non si evidenziano effetti collaterali aggiuntivi rispetto alla sola immunoterapia. Dopo due anni dall’inizio della terapia, l’82 per cento dei partecipanti che aveva ricevuto la combinazione di farmaci era in vita e non aveva avuto ricomparse di melanoma, contro il 70 per cento dei pazienti che aveva ricevuto l’immunoterapico e il placebo.
I risultati, già noti da giugno, sono stati illustrati al congresso della Società Europea di Oncologia Medica di Madrid la scorsa settimana.
Come è nato il vaccino
Come detto si tratta di un vaccino costruito “su misura”, cioè si parte dalle caratteristiche del tumore del singolo paziente (del melanoma asportato) per migliorare la risposta immunitaria.
Gli scienziati hanno sequenziato il Dna del melanoma di pazienti che si erano già sottoposti a interventi di rimozione per individuare le mutazioni delle cellule tumorali. Le mutazioni, infatti, danno origine a proteine chiamate neoantigeni, che consentono di distinguere le cellule tumorali da quelle sane. Il vaccino contiene le istruzioni per codificare proteine che hanno un massimo di 34 di queste mutazioni. In pratica, al sistema immunitario del paziente vengono date le informazioni necessarie per riconoscere la malattia se si ripresentasse dopo l’operazione.
I tempi di preparazione
Sono compatibili con quelli previsti per l’avvio della cura, occorrono circa sei settimane per prepararlo, dodici sono quelle necessarie per avviare la cura dopo l’intervento chirurgico. Cura che prevede nove somministrazioni per un anno. Un’altra caratteristica del vaccino è quella di creare una memoria immunologica che agisce anche dopo la fine della cura.
I passi in avanti
Sino a 15 anni fa, i pazienti con forme di melanoma avanzato avevano una sopravvivenza di pochi mesi. Oggi, quasi il 55 per cento viene curato con efficacia con farmaci che si legano a bersagli molecolari sulle cellule tumorali con un’azione specifica, o con farmaci immunoterapici, che riattivano le cellule del sistema immunitario. La soluzione mRNA viene già applicata in forma sperimentale anche per altri tumori come quelli a polmone, rene e vescica.
I costi
Il vaccino potrebbe essere approvato in Europa e negli Usa nel 2027.
Per quanto riguarda i costi, al momento, rappresentano un problema non secondario: servirebbero 200mila dollari a paziente.