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Sei cieco? Ecco come mi devo comportare io

Di Rossella Boette

ciecoSono ancora tanti gli stereotipi legati al mondo della cecità, e per questo, sempre più persone cieche o ipovedenti cercano di abbatterli sfruttando i social network.

Tra questi, Michele Mele, matematico e ricercatore non vedente di Salerno sulla sua pagina Facebook “L’universo tra le dita”, ha stilato una lista di frasi chiamata “I 10 comandamenti del non vedente“, in cui abbatte diversi luoghi comuni con un pizzico di ironia.

I comandamenti

Mele inizia la lista dei comandamenti con il tema delle direzioni e dice: «non uscirne con frasi come “devi andare di là” o “da quella parte”; indicazioni di questo tipo sono utili come una forchetta nel brodo».

E per quanto riguarda le premure? Parole date per scontate possono non significare niente o addirittura spaventare chi è cieco e Mele riesce a rendere l’idea con il suo secondo comandamento: «”Non gridarmi di stare attento” per poi non spiegarmi cosa sta succedendo. C’è un palo o un motorino parcheggiato in mezzo al marciapiede? È per caso il ricordino lasciato da un cane? O forse un brontosauro che mi taglia la strada?»

I gesti sbagliati

Ci sono gesti che sarebbe meglio evitare? Sì, ne esistono diversi e nella sua lista, Michele Mele ne cita tre: «Non afferrarmi, spingermi o tirarmi all’improvviso. Grazie per la premura, ma parlami prima, poiché potrei sapere meglio di te cosa sto facendo. Offri il tuo aiuto, sarò io a spiegarti se e di cosa ho bisogno e magari finiremo anche per fare amicizia».

Quarto: «se posizioni un oggetto in un punto, non spostarlo. Se lo farai mi costringerai a una caccia al tesoro di cui non sento il bisogno. Edmond Dantes è certamente un personaggio affascinante, ma non mi va di impersonarlo».

Cinque: «non parlarmi a voce altissima, ho una visione scarsa o nulla, ma le mie orecchie funzionano benissimo».

Gli stereotipi sociali

Mele affronta anche i luoghi comuni legati alle situazioni più o meno quotidiane in cui a volte, la persona cieca viene trattata con pietismo o addirittura con indifferenza.

Sei: «parla direttamente con me non di me con chi mi sta accanto. Il mio cervello funziona perfettamente, possa tranquillamente ordinare io il piatto che desidero nel tuo ristorante, indicarti il biglietto che voglio acquistare al tuo sportello o partecipare a una conversazione».

Sette: «puoi tranquillamente usare espressioni come: ci vediamo domani, o tu come la vedi? Anche noi usiamo i verbi legati al senso della vista. In fondo anche noi vediamo il mondo, solo in modo diverso, quindi niente paranoie».

Otto: «fammi sapere se ti allontani, parlare per un quarto d’ora da solo al muro non è il massimo della vita. Ho letto più volte il “Signore degli anelli”, ma non ci tengo a essere scambiato per Gollum.

Nove: «non infantilizzarmi. Qualunque sia la mia età, non mi manca nulla rispetto a un mio coetaneo».

E conclude con il decimo, forse il più significativo: «non celebrare i miei piccoli gesti quotidiani come se fossero imprese epiche. Con le giuste soluzioni e le strategie adeguate, posso leggere un libro, cucinare, viaggiare, usare un computer, un cellulare o una lavatrice come chiunque altro. La mia vita può essere più difficile e non per colpa mia, ma è proprio come la tua, caratterizzata da sogni, emozioni, paure e ambizioni simili alle tue. Se nessuno erige una statua con le tue sembianze perché ti sei cucinato un uovo fritto, perché dovresti celebrarmi per lo stesso motivo?»

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