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Figli dei centenari: è anche una questione di famiglia

Di Vito Fiori

longevitàVivere cent’anni e conservare una buona salute non è semplicemente una questione di fortuna. Dietro l’eccezionale longevità ci sarebbero specificità biologiche e predisposizioni familiari in grado di proteggere l’organismo dalle principali malattie dell’invecchiamento. Domanda: quanto di questo patrimonio è ereditato dai figli? Una risposta prova a fornirla un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Jama Network Open, che ha analizzato lo stato di salute di oltre 4mila persone, concentrandosi soprattutto sui discendenti di chi ha raggiunto il secolo di vita.

Lo studio sui figli dei centenari

La ricerca ha interessato tre ampie coorti di popolazione statunitensi e britanniche, un totale di oltre 4.000 partecipanti, tra questi, 2.319 figli di centenari. Gli studiosi hanno messo a confronto la loro storia clinica con quella di persone i cui genitori non avevano raggiunto un’età tanto avanzata, monitorando nel tempo la mortalità e la comparsa delle principali patologie croniche. I dati hanno posto in evidenza differenze importanti. Rispetto al gruppo di controllo, i figli dei centenari presentavano un rischio di mortalità inferiore del 42 per ceento. La probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari ridotta del 33, mentre quella di soffrire di ipertensione è risultata più bassa del 32 per cento. Insomma, non cambiava solo il rischio di ammalarsi: anche l’età di insorgenza di alcune patologie tendeva a essere più avanzata. Nel caso dell’ipertensione, il ritardo medio è stato di circa cinque anni. Il vantaggio in termini di sopravvivenza si traduceva invece in circa tre anni in più di vita.

La protezione resiste anche agli stili di vita

Tra gli aspetti di maggior rilievo dello studio, di sicuro c’è la tenuta di questi risultati anche dopo aver preso in considerazione numerosi fattori legati strettamente allo stile di vita: alimentazione, attività fisica, abitudine al fumo, consumo di alcol e condizioni socioeconomiche non sembrano infatti modificare in maniera sostanziale le associazioni osservate.

Elemento molto importante che rafforza l’ipotesi della concreta esistenza di fattori protettivi condivisi all’interno delle famiglie. Tra questi, caratteristiche genetiche in grado di influenzare la risposta dell’organismo all’invecchiamento e ritardare la comparsa di alcune malattie. La longevità dei genitori, in definitiva, potrebbe lasciare ai figli un’eredità che va oltre le abitudini quotidiane.

Tumori, nessun vantaggio evidente

La difesa dalle malattie associata alla longevità familiare, tuttavia, non sembra riguardare tutte le patologie. Lo si evince dal confronto sull’incidenza dei tumori, che risulta sostanzialmente simile tra i figli dei centenari e gli altri. Una differenza che indicherebbe come i meccanismi biologici alla base della longevità agiscano soprattutto sulla salute cardiovascolare e metabolica, senza offrire per questo altrettanta protezione contro le malattie oncologiche. Non è escluso, inoltre, che i figli dei centenari abbiano una maggiore capacità di sopravvivere ad alcune specifiche patologie, pur sviluppandole con una frequenza paragonabile a quella della popolazione di confronto.

I possibili meccanismi biologici della longevità

Resta da capire semmai quali siano le caratteristiche che consentono ad alcune famiglie di invecchiare meglio. Tra le ipotesi esaminate dalla ricerca scientifica, una diversa regolazione delle vie metaboliche legate all’ormone della crescita e all’IGF-1, una migliore funzionalità dell’endotelio, il tessuto che riveste internamente i vasi sanguigni, e una maggiore capacità di contenere l’infiammazione cronica.

Meccanismi potenzialmente importanti per preservare la salute nel corso degli anni. Lo studio, in ogni caso, non ha analizzato direttamente questi processi molecolari e non consente quindi di stabilire quali siano effettivamente responsabili della protezione osservata.

I limiti della ricerca

I risultati vanno letti e interpretati senza tralasciare alcuni limiti. Innanzitutto, lo studio ha una natura di osservazione: cioè permette di individuare associazioni tra longevità dei genitori e salute dei figli, ma non dimostra un rapporto diretto di causa ed effetto. I soggetti coinvolti, inoltre, erano prevalentemente bianchi e una parte delle informazioni relative alla salute e alle abitudini individuali era basata su dati autoriferiti. Inoltre c’è un altro aspetto da considerare: i membri della stessa famiglia non condividono solo il patrimonio genetico, ma anche una parte dell’ambiente, dell’educazione e delle abitudini quotidiane. Distinguere con precisione il peso della genetica da quello dei fattori ambientali rimane una delle principali difficoltà di questo genere di studi.

Studiare i centenari per comprendere l’invecchiamento

Nonostante i limiti, comunque, l’analisi dei figli dei centenari si mostra una strada promettente per la ricerca sulla longevità. Capire quali caratteristiche biologiche consentono di ritardare l’insorgenza delle malattie croniche potrebbe aprire nuove prospettive nella prevenzione e nello sviluppo di trattamenti mirati.

L’obiettivo, infatti, non è solamente vivere più a lungo, ma mantenersi in buona salute durante l’invecchiamento. E individuare i meccanismi che proteggono alcune famiglie potrebbe aiutare, in futuro, a sviluppare strategie utili anche per chi non ha ereditato la predisposizione naturale alla longevità.

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