Siti web e applicazioni discriminanti: l’ultimo caso di mancata applicazione delle leggi

Sono numerose le realtà, tra aziende private e amministrazioni pubbliche dotate di siti web o applicazioni discriminanti verso gli utenti con disabilità. Ultima, in ordine di tempo, è l’operatore telefonico Iliad presente sul mercato italiano da quattro anni.

Non solo Iliad

Come raccontato in un precedente articolo, nel panorama nazionale risultano inaccessibili il 97 per cento dei siti web. Questo nonostante già in fase di realizzazione siano presenti numerose funzioni che consentono di offrire un’esperienza di navigazione ottimale per tutti gli utenti.

Nel caso di Iliad, una piccola icona posizionata in basso renderebbe possibile accedere a un menu dove si consente di selezionare il profilo più adeguato per l’utente. Ad esempio c’è profilo ipovedente, profilo sicuro per epilessia. Automatizzando le correzioni necessarie a risolvere i problemi di accessibilità (nel caso del profilo sicuro per epilessia, ad esempio, si riduce il colore e si eliminano i “lampi”). Questa automatizzazione è presente su diversi siti di aziende e Pubbliche Amministrazioni tra cui il portale del turismo www.italia.it.

Riferimenti normativi

Le linee guida per l’accessibilità dei contenuti web sono state prescritte dal Consorzio Mondiale per il Web (un’organizzazione non governativa che ha l’obiettivo di controllare e programmare lo sviluppo del web) ma ancora diverse realtà indicano da tempo delle linee guida per l’accessibilità e invece ancora troppe realtà preferiscono utilizzare soluzioni provvisorie.

Avere siti web o applicazioni non accessibili equivale a discriminare gli utenti con disabilità. In Italia, grazie alla legge 67 del 2006 (“Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni”) è possibile diffidare alla messa a norma ed eventualmente agire per via giudiziaria per ottenere la rimozione delle barriere insieme a un indennizzo per il danno subito.

Dal prossimo novembre, inoltre, le aziende con fatturato superiore ai 500 milioni di euro, per tre anni avranno l’obbligo di rendere accessibili i propri servizi offerti via web.

Emanuele Boi

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